Aigues-Mortes, una strage razzista
Mauro Ravarino, 10.08.2018, “Il Manifesto”
L'anniversario. 7 agosto 1893, convinta da una «fake news», la folla dà la caccia agli emigrati italiani che lavorano nelle saline in Camargue e fa 10 vittime. Lo storico Enzo Barnabà ricostruisce la tragedia e la sua drammatica attualità. «La stampa di estrema destra presentava i nostri connazionali come delinquenti. Si voleva difendere "l’identità francese". Sembrano frasi scritte oggi in Italia»
Un'immagine dell'epoca che documenta le violenze razziste di Aigues-Mortes
Era
un agosto caldo e di fatica. Soffiava il vento della xenofobia, i politici
alzavano il tiro e le fake news erano il pane quotidiano. Francia, Camargue,
1893. Gli straccioni, i ladri di lavoro e potenzialmente delinquenti non
avevano attraversato il mare, ma valicato i monti. Gli emigranti erano
italiani, piemontesi e toscani soprattutto, impiegati a cottimo per raccogliere
il sale.
La tensione si tagliava col coltello. Fu una falsa voce, che si sparse
rapidamente, a farla esplodere il 17 agosto: in una rissa, dissero, hanno
ammazzato quattro francesi, i responsabili sono es italienes. Partì
la vendetta. Fu un massacro. Morirono dieci operai italiani: i torinesi
Vittorio Caffaro, 29 anni di Pinerolo, e Bartolomeo Calori, 26 anni di Torino;
i cuneesi Giovanni Bonetto, 31 anni di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni di
Centallo; l’alessandrino Carlo Tasso, 58 anni di Cerrina; l’astigiano Secondo Torchio,
24 anni di Tigliole; il savonese Lorenzo Rolando, 31 anni di Altare; il
bergamasco Paolo Zanetti, 29 anni di Alzano Lombardo; il toscano Amaddio
Caponi, 35 anni di San Miniato. Sconosciuta l’identità del decimo. Un centinaio
i feriti.
Una strage poco conosciuta, spesso negata. Centoventicinque anni dopo, la
Francia, o meglio il comune di Aigues-Mortes, la ricorda. Sulla facciata del
municipio verrà apposta una targa: «In memoria dei 10 operai italiani vittime
della xenofobia durante gli eventi del 17 agosto 1893. In omaggio ai giusti:
Jacques Eugène Mauger (abate), Adélaide Fontaine (panettiera), madame Goulay. E
ai cittadini di Aigues-Mortes che diedero prova di coraggio e d’umanità».
Venticinque anni fa è stato uno storico italiano a levare il velo di ipocrisia
attorno alla tragedia: Enzo Barnabà, siciliano di nascita e ventimigliese
d’adozione, francesista, autore di Morte agli italiani! Il massacro di
Aigues-Mortes 1893.
Professor
Barnabà, finalmente, dopo 125 anni, una lapide ad Aigues-Mortes ricorderà il
massacro di dieci italiani ferocemente uccisi. Perché c’è voluto così tanto?
Ad Aigues-Mortes, per decenni, il negazionismo e le ricostruzioni di comodo
l’hanno fatta da padroni. Un vecchio signore mi raccontava che quando era
piccolo i genitori ne parlavano a bassa voce per non far sentire i bambini. Nel
1993, quando è uscita l’edizione francese del mio libro, si è fatto in modo che
non venisse messo in vendita nei negozi cittadini per non turbare le frotte di
turisti (molti dei quali italiani) che percorrevano allegramente le strade
dell’orribile eccidio. Il ricco dossier che mi ha permesso di ricostruire i
fatti era sparito dall’Archivio provinciale. Gli armadi in cui vengono
rinchiusi gli scheletri, però, finiscono per essere aperti dagli storici e
dagli scrittori. Prima c’è stato il mio Sang des Marais,
successivamente il romanzo catartico di Christian Liger, La Nuit de
Faraman, e poi il saggio di Noiriel. Il sindaco Pierre Mauméjan, pur
essendo di destra, ha deliberato la posa della lapide che sarà effettuata il 17
agosto in pieno centro cittadino. Un atto dovuto, ma coraggioso: Aigues-Mortes
è una città in cui xenofobia ed estrema destra imperversano ancora.
Può
ricostruire quanto accadde nel 1893?
Il sale era la principale risorsa della città. Durante la raccolta, che
avveniva nella seconda metà di agosto e durava un paio di settimane, occorreva
mano d’opera che venisse da fuori. Tradizionalmente gli stagionali erano
contadini delle non lontane montagne delle Cévennes. Da quando la città era stata
collegata alla rete ferroviaria nazionale, la produzione era però aumentata
molto, e si fece appello a squadre provenienti in particolare dal Pisano e dal
Piemonte. Si lavorava a cottimo. I ritmi erano insopportabili, ci si doveva
«drogare» bevendo vino. La malaria infieriva e non c’era acqua per liberare la
pelle dal sale. Un lavoro da bagno penale, come recitava un canto operaio.
Mancavano i sindacati, gli italiani divennero i capri espiatori di un disagio
più generale. Si sparse la voce (falsa) che durante una rissa gli italiani
avessero ucciso quattro francesi e si mise in moto la vendetta. Centinaia di
transalpini, armati di forconi, bastoni, pietre e anche di fucili, per
un’intera giornata presero a dare la caccia all’italiano. Bilancio: dieci morti
e un centinaio di feriti.
Perché
in quei giorni in Francia si respirava un clima di odio? Ci fu l’intervento
della polizia per fermare le violenze o si chiuse un occhio?
Si era in piena campagna elettorale. I partiti xenofobi non le mandavano a
dire. Il candidato Maurice Barrès, per esempio, agitava un pamphlet
intitolato Contre les Étrangers. Cesare Lombroso parlava di
«punture di spillo, ripetute in continuazione da politici ciechi che finiscono
per generare odi i quali, benché creati artificialmente, non sono meno potenti
degli altri». Va anche ricordata la rivalità tra i due Paesi: guerra doganale,
Triplice Alleanza, Tunisia. I poliziotti fecero il possibile, ma erano troppo
pochi. A quei tempi, si utilizzava piuttosto l’esercito. Un reparto di cavalleria
venne mobilitato, ma aspettò invano per ore alla stazione di Nîmes l’ordine di
partire. Quando giunse ad Aigues-Mortes, era tardi. Le responsabilità furono
insabbiate.
Come
si svolgeva e chi controllava l’emigrazione italiana?
Come scrisse in quei giorni Critica Sociale, si trattava di
«un’alluvione umana lenta e continua». Il neonato Partito Socialista non aveva
forze sufficienti per incidere sul fenomeno. Ad Aigues-Mortes, sui circa 500
italiani presenti nelle saline, un centinaio era stabilmente emigrato nella
regione di Marsiglia, gli altri venivano reclutati da caporali (bayle in
occitano) che rivendevano il loro lavoro alla Compagnia delle Saline. Gli
operai dunque non venivano assunti e la Compagnia non ne conosceva neppure il
nome: portavano un cartoncino con scritto un numero e il nome del loro
caporale.
Ci
furono dei «giusti» tra i francesi?
Sì, le responsabilità sono sempre individuali. Di alcuni conosciamo il nome,
come quello del parroco che difese con grande coraggio gli italiani, affermando
che un prete non può fare distinzioni di lingua o nazionalità. E la signora
Gouley, che morì a causa di un colpo ricevuto nel tentativo di proteggere un
italiano. Diversi anonimi diedero riparo a nostri connazionali.
Si
svolse un processo su quei fatti ? Come finì la vicenda?
Fu frettoloso e giocato sulla falsa affermazione del «sangue francese versato
per primo», oltre che sull’opportunità di non turbare la ritrovata concordia
tra le due «sorelle latine». Crispi, dopo aver cavalcato l’ondata nazionalista
che in Italia fece seguito alla strage e scalzato Giolitti, una volta al
governo si dimostrò molto conciliante. Malgrado la rigorosa arringa del
pubblico ministero, la giuria popolare non volle assumersi responsabilità ed
emise uno scandaloso verdetto di assoluzione generale. Come scrisse Michelle
Perrot, ci si trovava di fronte a cadaveri che commuovevano ben poco l’opinione
pubblica.
Perché
ha deciso di studiare a fondo questo brutale massacro? Quali fonti ha
consultato?
Nel 1976, giovane insegnante, fui nominato al liceo Daudet di Nîmes, il
capoluogo del dipartimento. Ricordavo che a scuola un professore aveva
accennato al massacro e volli saperne di più. Nessuno, al liceo, aveva mai
sentito parlare della cosa, la Treccani parlava di «400 vittime buttate nel
Rodano» (una fake, il fiume non passa da Aigues-Mortes). Le ricerche sono
continuate per decenni: gli archivi italiani e francesi hanno un’enorme mole di
materiale. Bisogna incrociare le fonti.
All’epoca
psicosi e fake news giocarono un ruolo di primo piano, vede analogie con
l’attualità italiana?
La stampa di estrema destra presentava gli italiani come delinquenti,
accoltellatori, portatori di malattie e di una cultura inferiore. Si accusava
il governo di non proteggere i lavoratori e si rivendicava la necessità di
difendere l’identità francese. La contrapposizione «noi/loro» entrò largamente
in campo. Si giunse al punto di dipingere i nostri immigrati come una quinta
colonna che preparava l’invasione militare. Talvolta, sembra di leggere frasi
scritte oggi. Per questo è necessario ricordare gli emigrati di Aigues-Mortes,
vittime innocenti della violenza xenofoba.